L’Ilva non si ferma a Taranto

COMMENTO – Giuseppe De Marzo su Il Manifesto del 17.08.2012

La rotta da seguire è quella della giustizia ambientale: ogni persona deve essere libera dall’inquinamento, il cosa e come produrre va deciso insieme alle comunità e ai lavoratori. E i costi sociali e ambientali non possono essere scaricati sulla collettività.

Un governo nemico della giustizia, del diritto alla salute e di quello al lavoro. Lascia sgomenti l’azione rabbiosa messa in campo dal governo del professor Monti contro il provvedimento dei giudici di Taranto sull’Ilva. Vale la pena riflettere e reagire alla violenza di chi invia tre ministri e minaccia ricorso alla Corte Costituzionale contro provvedimenti che difendono il diritto alla salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto. Stucchevoli le ipocrisie di chi oggi si preoccupa del futuro dei lavoratori quando nel frattempo è occupato a smontare le conquiste di un secolo e mezzo di lotte operaie.

Non tornano i conti se a farli è un governo ed una maggioranza politica che ha tagliato pensioni e articolo 18, costruito una campagna mediatica per abbattere lo stato sociale, garantito soldi a banche e speculatori mentre tassava ceti medi e popolari come mai prima d’ora, inchiodato con il fiscal compact il paese per i prossimi 20 anni e consegnato la nostra politica monetaria alle compatibilità della Bce, tra le varie cose. Fa indignare che quanti hanno pensato ed istruito un modello economico e produttivo fondato sulla precarietà e sulla riduzione del lavoro a merce oggi si scaglino contro la magistratura rea di mettere a rischio migliaia di posti di lavoro.

Lascia confusi e senza speranze in questa classe dirigente dover leggere e constatare la pochezza di prospettive e di alternative presentate ad un’agonizzante ed avvelenata opinione pubblica costretta ancora a dover sacrificare diritti. Continuiamo a vivere un arretramento insostenibile delle condizione della maggioranza della popolazione italiana sul piano economico, sociale, ambientale e politico.

L’Ilva non rappresenta un caso eccezionale ma la normalità di come oggi nell’epoca della crisi globale del modello capitalista si fa profitto. Ovunque nel mondo, ggi più che mai anche in occidente, si procede in questa maniera. Più salute equivale a meno profitto, questo il punto. Il profitto si crea inquinando e precarizzando ma soprattutto evitando di pagare i costi sociali ed ambientali, «esternalizzandoli» sulla società e sulle casse dello Stato, mentre si utilizzano gratuitamente i servizi ambientali offerti dalla natura senza nessuna sostenibilità ambientale condannando le prossime generazioni. Perché negarlo? Per nascondere la medioevale brutalità della situazione in corso, elusa in nome di una perenne emergenza nazionale alla quale sacrificare la democrazia. Su questo bisognerebbe misurarsi invece che continuare a contrapporre lavoro e salute. Inaccettabile è invece il ricorso alla Consulta da parte di chi sino a ieri disprezzava il voto di 27 milioni di italiani a difesa dei beni comuni del paese svenduti a privati e speculatori.

La rappresentazione offerta dai principali media di quanto sta accadendo da decenni a Taranto espunge invece tutti gli elementi su cui i cittadini possono formarsi una libera opinione ed accrescere il livello di consapevolezza sulla complessità dei problemi e sulla vera posta in gioco. In questa vicenda i responsabili sono stati immediatamente invisibilizzati. A partire da una classe dirigente politica che ha grosse responsabilità sulla svendita dell’Ilva al privato Riva e che è stata incapace di mettere in campo una politica industriale ed energetica che garantisca l’interesse generale.

Ci sono domande che esigono risposte se si vuole avviare un vero processo di partecipazione democratica dei cittadini alle scelte fondamentali che incidono sulla vita. A partire dai tempi e dai programmi della bonifica prevista, ad oggi misteriosi. I 336 milioni stanziati vengono invece dalle tasche dei contribuenti e finiscono in quelle di Ilva Spa per fare quello che avrebbe dovuto già fare. Sono anni che l’Ilva fa operazioni di green washing in seguito ad ingiunzioni dei magistrati ma niente è cambiato. Eppure il gruppo Riva ha registrato miliardi di profitti.

Un’eventuale bonifica avviata con queste «procedure» spalancherebbe le porte a quanti vogliano d’ora in avanti eludere le norme sulla sicurezza e sulla salute nei luoghi di lavoro, già molto precarie, visto che le imprese potrebbero contare su soldi pubblici. Quando gli utili sono solo dei privati, i costi sociali ed ambientali ricadono sui cittadini e sui lavoratori e quelli per le bonifiche da effettuare pesano sul bilancio pubblico, mentre le vittime ed i loro familiari sono dimenticati dallo Stato, siamo in assenza di democrazia e giustizia. In Italia come in tutti i paesi europei i lavoratori sono sotto ricatto e vedono arretrare i loro diritti. In mancanza di una prospettiva politica capace di ribaltare l’attuale situazione, questo arretramento coinciderà con la criminalizzazione di qualsiasi soggetto sindacale e sociale non allineato alle attuali scelte politiche e con un ulteriore peggioramento delle condizioni lavorative e ambientali per tutti.

Oggi più che mai dobbiamo mettere al centro delle nostre proposte il cosa ed il come produrre se vogliamo uscire dalla crisi e non cadere nella trappola della contraddizione tra salute e lavoro. Bisogna ripartire dalla capacità di riaffermare etica e giustizia, senza nessuna esitazione se non si vuole abdicare al realismo criminale del modello capitalista. Il ministro Passera ci fa invece sapere che intende aumentare la produzione petrolifera, costruire 4 rigassificatori, concedere permessi più facili per perforazioni e tagliare gli incentivi alle rinnovabili. Un pensiero preistorico sul quale fare profitto con la scusa di politiche per lo sviluppo e per il lavoro. Sarà questo il nuovo veleno che ci aspetta se non saremo capaci di organizzare un’alleanza politica per il lavoro, l’ambiente ed i beni comuni che metta in moto, già con le prossime elezioni, produzioni socialmente giuste e sostenibili ecologicamente. Il paese e l’Europa hanno urgente bisogno di una prospettiva che includa e consenta la partecipazione reale di tutti i soggetti che su questi fronti stanno sperimentando già alternative.

Siamo davanti ad un problema di alternativa globale al sistema capitalista. La questione dunque non si esaurisce a Taranto ma investe tutti i lavoratori e le comunità impegnate a difendere territorio, beni comuni e democrazia. Se invece accettiamo che il terreno di confronto sia quello di garantire comunque il ciclo produttivo anche in evidente ed aperto contrasto con il diritto alla salute, frammenteremo e disperderemmo le alternative possibili. La contrapposizione del dibattito in corso tra salute e lavoro tiene infatti fuori l’elemento fondamentale: la lotta per difendere il diritto al lavoro e la riconversione industriale ed energetica delle attività produttive. Abbiamo bisogno di chiarezza e di aprire un confronto vero.

A nostro avviso la rotta da seguire è quella della giustizia ambientale, attraverso la quale riaffermare come ogni persona debba essere libera dall’inquinamento. Le politiche del lavoro ed industriali vanno disegnate con l’obiettivo della piena occupazione, della riduzione dell’orario di lavoro e della riconversione ecologica all’interno del nuovo scenario globale. Il cosa e come produrre va deciso insieme a comunità e lavoratori per assicurare buon vivere a tutti ed un giusto profitto agli imprenditori. Se il privato non usa i suoi profitti ed i suoi «spiriti animali» per assicurare il salario ai lavoratori, garantire bonifica e riconversione, tocca allo Stato ripubblicizzare, avviare la riconversione e sperimentare forme di gestione partecipata delle attività produttive senza toccare il diritto al lavoro degli operai, che non possono essere utilizzati come scudo o carne da cannone a seconda dei casi.

Dove troviamo i soldi? Le politiche fiscali devono evidentemente avere altri obiettivi vista la necessità di investimenti per garantire queste scelte che nel medio periodo si ripagheranno da sole, considerando che solo in questi settori è ancora possibile creare lavoro, garantire salute pubblica e sostenibilità finanziaria. Si tratta di scegliere diversamente e di spostare l’attenzione dalle famiglie e dai ceti popolari alle grandi ricchezze e patrimoni che nel nostro paese continuano ad essere accumulati, anche grazie alle mafie. La ricchezza c’è ma va distribuita diversamente. Tutto questo si può e si deve fare se non affidare completamente il nostro destino nelle mani di coloro che avvelenandoci continuano a impoverirci e chiederci sacrifici e austerità.

Giuseppe De Marzo, Portavoce A Sud