Guerre e migrazione

1[di Vanessa Maher su serenoregis.org] Ringrazio il Centro Studi Sereno Regis per avermi invitata a parlare di guerra e migrazione. Come antropologa sono abituata a trattare temi più circoscritti, ma tenterò di dare un contributo all’impostazione della discussione. Probabilmente nel pubblico ci sono persone esperte su questi argomenti: i materiali sono quelli che tutti conosciamo ma che siamo abituati a trattare a frammenti. Tenterò di metterli in qualche ordine, privilegiando l’analisi rispetto alla cronaca e mettendo in discussione qualche luogo comune.

 

Il titolo del Seminario sembra rappresentare in termini di un’unica causa e effetto la tragedia soprattutto dei profughi che oggi vediamo svolgersi in più parti del mondo. Tuttavia il titolo che inizialmente parlava di «ondate» ci serve per fare qualche precisione. Prima di tutto, sappiamo che il termine ondate (spesso usato in Europa per parlare di migranti stranieri) è una metafora con connotazioni catastrofiche che porta il pubblico a credere che il numero di migranti in Italia sia enorme, e a temere persino di esserne travolto (come i due ragazzi diciottenni di Venaria che l’altro giorno, parlando con una Donna in Nero che stazionava in via Garibaldi, ipotizzavano che i migranti in Italia fossero 15 milioni). Negli anni Ottanta i numeri di migranti erano molto più piccoli, ma in Italia si parlava già di «ondate». Le metafore hanno un impatto sull’immaginario del pubblico, specie quello televisivo. Queste metafore plasmano anche le politiche, le leggi e le misure pratiche che si adottano nei confronti sia dei profughi sia di altre persone migranti1 (vedi Maher 2014). Diversamente, sembra che le cifre e le statistiche anche contraddittorie che ci arrivano dai mass media lascino il tempo che trovano. Quindi eviterò di citare troppi numeri e proporrò una cornice di ragionamenti e domande.

 

L’Africa che accoglie i profughi

 

Per incominciare, vorrei citare un articolo di Marco Pantano su un sito online («la Voce di New York» aprile 2016) intitolato L’Africa che accoglie i profughi, in cui l’autore descrive come, dopo un’ennesima esplosione di violenza nel Congo nel 2013, siano arrivati circa 15.000 profughi congolesi nel West Nile, una zona povera ma fertile dell’Uganda, relativamente «in pace» solo dal 2002. Dopo una riunione degli anziani, i clan locali hanno deciso di assegnare loro circa 250 metri quadri di terra per famiglia, con i sementi e gli attrezzi per coltivarla. Alcune ONG (Organizzazioni Non Governative) attive nella zona forniscono un breve periodo di formazione agricola, al quale hanno accesso anche i locali. I congolesi convivano senza drammi con la popolazione locale, in attesa di tornare a casa. Anche il Sud Sudan che si trova appena oltre la frontiera dell’Uganda, nonostante sia tuttora in preda ad una guerra civile, ha incominciato ad accogliere profughi dal Congo. L’Onu ha appena formato fra di loro e avviato al lavoro un migliaio di elettricisti e falegnami, molto richiesti. La Tanzania accoglie profughi dal Burundi, dopo aver ospitato per decenni ruandesi, mozambicani e sudafricani.

 

La prima domanda è: perché la ricca Europa con i suoi 500 milioni di abitanti, ma con una densità di abitanti inferiore a quella ugandese e un Pil molto superiore, fa tante storie? Solo il 3% dei profughi nel mondo approda in Europa, mentre il 97% è ospitato nei paesi in via di sviluppo o emergenti. Alla fine del 2014, i rifugiati nei 15 paesi europei ammontavano a una media di 4,5 ogni mille persone e quindi meno di 1% della popolazione. Il fardello per l’Italia era 2,3 euro del Pil per capita, quindi due caffè all’anno per ogni italiano, a ogni abitante della piccola Svezia costano qualcosa di più. I profughi in Libano – che sono circa 1 milione e mezzo in un paese che ha una popolazione di 4 milioni e mezzo – costano 70 euro/ capite del Pil, quelli in Giordania 67 euro/capite. Dobbiamo chiederci non solo quali siano le risorse potenzialmente disponibili per l’accoglienza, ma anche a quali altri fini sono dedicate se non si spendono per accogliere e integrare i profughi? Dobbiamo tirare la cinghia ai profughi per potere spendere più soldi in armi o in vitalizi?2 Perché, diversamente dagli esempi africani citati sopra, non riusciamo ad immaginare una prospettiva insieme ai profughi? Senza togliere niente alle cortesi e efficienti squadre italiane di salvataggio, una volta che i profughi sono sistemati in un centro di accoglienza, il tempo per loro sembra fermarsi.

 

Le metafore

 

Il termine «ondate», spesso usato con riferimento ai migranti, potrebbe indurci a pensare che formino una categoria omogenea di persone e problematiche. Infatti il linguaggio burocratico e giornalistico, in obbedienza alla xenofobia montante, sembra voler escludere che i profughi siano « genuini». Si tende a volere etichettare come «migranti economici», anche senza averli interpellati, quelli che provengono. per esempio dalla Gambia o dalla Nigeria. Ma i profughi partono da condizioni sociali, paesi ed esperienze storiche e personali diversi e hanno diverse idee del futuro, e questo conta anche da un punto di vista legale. I diritti di ogni individuale richiedente asilo vanno valutati. Fra gli afghani, pakistani, bangladeshi e africani dell’ovest, circa 98% sono uomini. Paradossalmente fra i siriani approdati in Europa c’è una percentuale più alta di donne 37%. Le ragioni e le condizioni della fuga sono diverse.

 

Regimi violenti e senza libertà

 

Non c’è bisogno che la guerra sia dichiarata perché la popolazione viva nella violenza. Un libro sull’antropologia dei conflitti armati contemporanei (Paul Richards (a cura di), 2005) si intitola No Peace. No War. Non sono solo le guerre che spingono la gente a partire o a determinare le meta. Concause sono il degrado politico nei paesi di origine, con il susseguirsi di regimi totalitari, corrotti e repressivi che, certo, hanno un sostrato militare e di violenza. Per questo i giovani eritrei, in fuga dal servizio militare a tempo indeterminato, ma anche i giovani gambiani, avoriani, nigeriani, maliani, guineani, congolesi, sudanesi sono numerosi fra i profughi. Il Rapporto del We World sull’indice di esclusione sociale di donne e giovani dimostra che in questi paesi (WE World index), la situazione è grave. Come sostenne Amartya Sen, la condizione sociale della popolazione dipende non solo dal Pil ma anche da politiche culturali e forme di governo. Nei paesi dove vige la libertà di stampa, la mortalità infantile è più bassa. Certo si tratta di un rapporto mediato da molti altri fattori, di compresenza e non di causa-effetto. È probabile che un governo che rispetti la libertà di stampa abbia a cuore anche le condizioni sociali della popolazione. D’altra parte la rivalità fra fazioni diverse per il controllo delle risorse dello stato e del sottosuolo, scatena guerre e stimola l’emergere di signorie locali e gruppi armati che terrorizzano e depredano la popolazione civile. In un articolo su «La Stampa», (18 aprile 2016), Antonio Della Costa ci ricorda che ci sono 30 milioni di schiavi nel mondo, molti dei quali minori che lavorano come minatori, braccianti, operai, prostitute, domestiche e soldati. In 70 % dei casi le vittime del traffico degli esseri umani sono «svendute» dai propri connazionali e persino dai parenti.

 

Le regioni come il Corno D’Africa, la Guinea o il bacino del Chad (Camerun, Burkina Faso, Niger, Mali, Chad) sono zone franche per il traffico di armi e altre merci. Milizie locali sequestrano o «tassano» chi vuole passare sulle strade nelle loro aree. L’antropologa, Janet Roiman, chiama «la razionalità dell’illegalità» questa situazione in cui l’autorità dello stato viene considerata non diversa da quella di chiunque che con la minaccia offra protezione o esiga un pizzo.

 

Ambiente

 

Nanni Salio, il compianto Presidente e fondatore del Centro Studi Sereno Regis, scrisse nel 2014, «Non è tanto la scarsità o il degrado ambientale che predispongono al conflitto violento, quanto l’uso delle risorse che si iscrive in una dinamica di relazioni che possono essere cooperative o conflittuali3».

 

I mezzi di sussistenza della popolazione di molti paesi dell’Africa occidentale, sono stati compromessi da progetti di sviluppo legati all’agribusiness o allo sfruttamento delle risorse minerarie: per esempio la coltivazione del riso e degli arachidi in Senegal, oppure l’estrazione del petrolio in Nigeria. Queste industrie hanno arricchito alcuni ma impoverito molti di più, provocando movimenti di rivolta facili da strumentalizzare a fini politici. Spesso il dissesto ambientale, dal punto di vista dei suoi abitanti, è provocato da grandi opere, dighe, canali, ferrovie che mettono a repentaglio la sussistenza della popolazione che nel caso migliore trova un impiego temporaneo nei progetti ma, nel peggiore, viene espulsa e poi finisce nei campi profughi4. Un caso tipico sarebbe il canale sul Nilo nel sud Sudan, che ha rovinato tutto l’ecosistema circostante e costretto le popolazioni Nuer e Dinka a fuggire o a combattersi per le risorse rimaste. A spingere le persone a fuggire possono essere catastrofi dette «naturali», come la siccità che oggi assedia la Somalia, minacciando una carestia come quella del 2011, oppure il degrado ambientale come nei paesi africani del Sahel, che sono incidentalmente quelli più colpiti oggi da guerre locali. Tuttavia il rapporto fra degrado ambientale e guerra, come fra guerra e migrazione, è complesso e non a senso unico.

 

Domande

 

Per riassumere l’argomento fin qui: il rapporto fra guerra e migrazione è multifattoriale, non immediato e non a senso unico. Non è sempre vero che la guerra provochi la migrazione. La guerra può rendere la partenza impossibile come nelle 40 città siriane attualmente assediate dalla fazioni in guerra e non solo dall’ISIS. Perché i migranti non si muovono tutti verso i paesi ricchi? Perché alcune persone si sono mosse verso l’Europa in questi decenni e in altri periodi storici no? Quali sono le categorie di pensiero e di politica che l’ideologia europea dello stato-nazione e l’esperienza coloniale ci hanno lasciato in eredità o piuttosto come zavorra?

 

Lo stato-nazione e il nazionalismo xenofobo in Europa

 

È d‘obbligo un accenno allo stato nazione e il nazionalismo xenofobo in Europa, anche se questi discorsi vi sono venuti a noia. Per evitare lungaggini, citerò l’articolo «nazionalismo» di Francesco Tuccari sull’Enciclopedia delle Scienze Sociali della Treccani (1996).

 

«Agli inizi dell’Ottocento e la prima parte del Novecento il linguaggio della nazione e del nazionalismo opera su due costellazioni di teorie e di pratiche politiche radicalmente diverse: fino al 1860-70 la tradizione del pensiero liberale e democratico, dopo di allora, le ideologie dell’imperialismo».

 

Un fattore che è legato a tutte e due queste «costellazioni» e che sembra pesare sul destino dei profughi è il pregiudizio razziale. La stampa e i politici di destra e di sinistra distinguono fra siriani o al massimo eritrei (considerati veri profughi) e gli africani del Sahel, che secondo loro non lo sono. Già nel 199I, caduta in Italia la riserva geografica che riconosceva il diritto di asilo solo ai profughi dell’est europeo e l’Unione Sovietica, era difficile lo stesso per gli africani farsi riconoscere dei diritti, come fece notare al Prefetto di Torino l’associazione Harambe (e il suo Presidente Jean Marie Tshotsha, un rifugiato ruandese che fece molto per i i servizi sociali e culturali diTorino e per i migranti che vi approdavano). Harambe lamentava i ritardi, gli errori, la mancanza di criteri equi, che riproponevano «schemi di segregazione dai quali il rifugiato politico fugge». La segregazione risultava dalle politiche incerte oppure ostili degli stati europei nei riguardi dei migranti e dei profughi, specie se africani (Maher, in corso di stampa).

 

La formazione degli stati-nazione nel Novecento non era solo desiderata dalle elites locali, ma incentivata dalle potenze mondiali, ansiose a trarre dei benefici dalla disintegrazione dell’impero ottomano e di quello asburgico. Quasi tutti i nuovi stati sposavano la tesi dell’omogeneità della nazione, conferendo la partecipazione politica ad una parte soltanto della popolazione e producendo minoranze emarginate, vulnerabili e etichettate spesso erroneamente in termini etnici. In seguito alcune di queste minoranze sono state perseguitate e costrette a movimenti migratori, forzati e no. L’idea che la popolazione dello stato-nazione dovesse essere omogenea fu riproposta non solo nei paesi dell’Est ma anche in Africa e Asia, riproducendo dei tratti centrali delle ideologie nazifasciste. I criteri per determinare l’omogeneità erano casuali e si tirava fuori ora l’uno ora l’altro per avvantaggiare un gruppo politicamente dominante: la lingua, oppure la religione, il colore della pelle, il modo di vita oppure «la cultura» in genere.

 

Migrazioni forzate

 

Il Novecento fu segnato da migrazioni forzate spesso in nome della omogeneità della nazione: le deportazioni novecentesche dalla Turchia nata dall’impero ottomano, le deportazioni staliniste di milioni di persone espulse da una repubblica sovietica all’altra, come i nomadi kazachi decimati dalle politiche governative in nome della modernizzazione agricola e industriale (vedi Buttino (a cura di), 2001). Ma sarebbe bene non dimenticare il trasferimento forzato di circa 14 milioni di tedeschi dopo la seconda guerra mondiale, costretti a lasciare tutto per permettere la ridefinizione dei confini dalla Polonia. La Polonia era stata precedentemente divisa fra Hitler e Stalin, con trasferimenti forzati di polacchi e ucraini5. Lo «scambio» di popolazione nel dopoguerra fu deciso a tavolino dagli alleati per rendere «omogenee» le popolazioni destinate a vivere entro i confini territoriali dei nuovi stati-nazione. Le migrazioni erano occasione di enormi e tragiche perdite di vite con attacchi vendicativi ai tedeschi espulsi, perpetrati dalla popolazione civile entrante. Nel secondo dopoguerra la ridefinizione o fondazione di molti stati ha seguito questo modello, non ultimo nel caso di Israele (Morris, B. The Birth of the Palestinian Refugee problem, 1947-49, 1988). Il trasferimento e lo scambio di minoranze «non omogenee» furono visti ancora come la soluzione ai conflitti nati negli anni Novanta sulle rovine della Yugoslavia e dell’Unione Sovietica. L’ideologia nazionalista e di chiusura sembra alzare la sua testa di nuovo oggi di fronte alla questione dei profughi. Il numero di profughi forzati, in un’Europa devastata da 6 anni di guerra mondiale, era enorme. Quelli che bussano oggi alle frontiere europee, al massimo 2 milioni in un’Europa più benestante, sono una goccia a confronto, ma la protesta nazionalista, recentemente sfociata nell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, è assordante.

 

La decolonizzazione

 

Nei paesi dell’Africa e del Medio Oriente la decolonizzazione fu spesso accompagnata dalla stessa retorica semplicista. Lo stato era identificato con una nazione omogenea, in realtà costruita a immagine dei suoi ceti dominanti. Dico «i ceti dominanti» e non «la popolazione maggioritaria» o «l’etnia», pensando a casi come il Sud Africa o i paesi del Golfo. Spesso i governi coloniali avevano già spostato la popolazione per accomodare i colonie e mobilitare forza lavoro. In Algeria negli anni Cinquanta e ancora prima della guerra d’indipendenza, l’esercito francese mise in atto una strategia di repressione (refoulement) contro i berberi cabili, secondo loro colpevoli di nascondere dei guerriglieri nei villaggi. Il refoulement era una politica di devastazione, oggi si chiamerebbe antiterrorismo. I francesi incendiavano i villaggi di montagna, trasferendo la popolazione in pianura e insediandola in enormi campi, costruiti a griglia secondo uno schema militare. Secondo Bourdieu e Sayad, la situazione di deprivazione nei campi, dove la gente si trovava lontana dai propri terreni e animali, costringeva gli uomini cabili ad emigrare. Lasciando le loro famiglie, cercavano lavoro in città nelle fabbriche oppure nelle piantagioni dei coloni. Per Bourdieu questo era il momento in cui i berberi «scoprirono il lavoro in senso capitalistico», diventandone dipendenti. Fin dall’inizio del secolo, i cabili erano già abituati ad emigrare in Francia, ma si organizzavano a staffetta, lasciando sempre qualcuno a casa con le famiglie e a lavorare la terra. Dopo il refoulement l’emigrazione assunse una forma più dura e alienata rendendo quasi impossibile la via del ritorno. Bourdieu e Sayad chiama il loro studio le déracinement, lo sradicamento, e Sayad coniò la frase «la doppia assenza» per descrivere la condizione dei migranti quando si ritrovavano senza una rete di sicurezza propria e additati come il nemico interno della Francia.

 

Il movimento di liberazione in Kenya, colonia britannica, capeggiato dai guerriglieri Mau Mau, fece poche vittime fra i coloni britannici ma il governo coloniale, rinforzato da un esercito composto di soldati provenienti da molti paesi (Africa Occidentale, Sudafrica oltre al reggimento KAR composto di keniani e britannici), fece trasferimenti forzati, rinchiuse in campi di concentramento i civili sospettati di complicità con i ribelli e si rese colpevole di maltrattamenti,impiccagioni e torture. Ci fu poca migrazione verso altri paesi. Il conflitto assunse molti tratti di una guerra civile, con accuse di collaborazione e tradimento da una parte della popolazione verso l’altra. Spesso le politiche coloniali, come scrisse l’antropologo Jean Loup Amselle, producevano contrasti e rivalità, etnicizzazioni e fondamentalismi religiosi dove non esistevano prima e che ricompaiono nelle lotte per il potere negli stati postcoloniali7. Non sempre il momento del passaggio dell’autorità coloniale ad un governo autoctono provocava vasti movimenti di popolazione, ma questo fu notoriamente il caso del Ruanda nel 1959, con il primo massacro dei Tutsi. In modo analogo la divisione dell’India nel 1947 fu seguita dalla fuga degli indu verso l’ovest del continente, dove prima convivevano popolazioni di molte religioni diverse, e dei musulmani verso l’Est. La secessione del Bangladesh dal West Pakistan, tutti e due con popolazioni a maggioranza musulmana, provocò un‘emigrazione di massa verso l’Europa, in questo caso la Gran Bretagna. La secessione del Bangladesh diede luogo a una crudele guerra civile, in cui intervennero truppe indiane, stuprando e massacrando anche le donne. Lo stupro mira a rendere la convivenza impossibile, ha come fine la pulizia cosiddetto “ etnica”.8. Gli abitanti del East Pakistan, poi Bangla Desh, non avevano dove andare perché sia in India sia in Pakistan si faceva loro la guerra e si attaccavano le donne. Tuttavia è più frequente che le popolazioni espulse si rifugino nei paesi confinanti, come a varie riprese gli eritrei e somali in Sudan, i palestinesi in Giordania, gli iracheni in Siria, i coreani in Cina, gli afghani in Iran o Pakistan … continua a leggere